giovedì 6 giugno 2013

San Rocco



San Rocco è un personalissimo delirio tra J.K.Jerome e Paolo Villaggio, scritto in una notte insonne di Maggio 2007. Lo riporto, perché quel paese è pur sempre casa mia.



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Una delle occasioni più mondane e attese durante la festa del paese è la tradizionale processione dei santi. Un'intera comunità di peccatori gareggia per avere l'onore di trasportare enormi statue di tre metri sulle spalle, nella speranza, se non di un’'assoluzione, almeno di una piccola indulgenza. Ho sempre provato a sottrarmi a questa follia ma stavolta ne sono rimasto, ahimé, invischiato.

Premessa inevitabile della sfilata è la celebrazione della santa messa.

Un vecchio detto sostiene che in media un italiano vada in chiesa tre volte nella sua vita: quando nasce, quando si sposa e quando lo seppelliscono. Per i paesi dell’entroterra abruzzese questo è vero solo in parte. Non presentarsi in chiesa durante le feste natalizie o quelle patronali significa essere in debito con l'intera comunità. A quel punto le vecchie signore del paese inizierebbero a chiedersi perché quella persona mancava, poi a guardare in cagnesco i familiari e, infine, a farsi il segno della croce quando incontrano per strada il malcapitato, come fosse il demonio in persona. Il prete potrebbe quindi presentarsi nella casa abbandonata da Dio, e chiedere insistentemente di battezzare di nuovo l'infedele.

Onde evitare tutto ciò la piccola chiesa del paese oggi è stracolma, una grande folla unita nell'omelia e nel sudore.

Ovviamente molti qui non hanno la minima idea di quello che di solito si fa in una chiesa, quindi si dedicano alle attività più disparate. Bambini a lato della navata si scambiano le figurine. Un paio più grandicelli sono impegnati ad alzare la gonna alla ragazzina di fronte, che tanto non può lamentarsi ad alta voce se non vuole un ceffone. Alcuni imbucati approfittano della confusione per borseggiare le vecchie signore, troppo impegnate a controllare se il pantalone di quella al secondo banco è ben abbinato con il maglione. Dal coro qualcuno si diletta a lanciare gavettoni di acqua benedetta sulla folla, provocando sommesse maledizioni di sotto e risate soffocate di sopra. Il tutto mentre il parroco cerca di mantenere l'ordine richiamando quà e là le sue pecorelle.

Arrivati all'offertorio il debito di ossigeno nella chiesa stracolma si fa sentire. Una donna sviene in mezzo alla folla ma resta in piedi sorretto dagli ignari corpi vicini. La ragazzina si china per ritirarsi su la gonna, che nel frattempo le è stata quasi strappata via, e si merita finalmente il ceffone perché in quel momento della funzione bisognava stare in piedi. Dal coro, svuotata l'acquasantiera, cominciano a tirare giù i leggii, mentre si distingue inconfondibile il rumore di qualcuno che tenta di smontare le canne dell'organo. Rendendo grazie a Dio per aver fatto terminare tale baraonda il prete finalmente ci spinge in piazza.

I bambini vengono organizzati in file e dotati di fiaccoloni degni di una caccia all'orco, gli altri cominciano la trattativa per portare a spalla i santi. La folla si divide in fazioni, distinte da fascie di colore diverso, che offrono una quota per portare questa o quell'altra statua, in base alla devozione o al rango del santo in questione.

Quello che tutti ogni anno evitano è San Rocco.

Non perché in paese non vi siano affezionati ma perché è l'unica statua in gesso tra tante leggere e vuote di legno. Inoltre il modesto scultore ha realizzato un lavoro completamente sbilanciato verso destra fornendo al sant'uomo, oltre ad una espressione più di stupore che di benevolenza, la postura di chi sta per accasciarsi su un fianco. Il cane, invece, è riuscito benino. Poco sveglio forse, visto che non sembra rendersi minimamente conto che il suo padrone sta per cadergli addosso.

Il parroco si avvicina e ci comunica che quest'anno l'onore di trasportare San Rocco tocca a noi, poi velocemente corre ad impedire a due bimbi di dare fuoco all'orto della canonica con le torce. La nostra formazione vede sul lato sinistro i fratelli La Torre, due omaccioni di un metro e novanta patologicamente privi di tatto; sul lato destro io e Pino, vispo e aitante settantenne che, a seguito di un incidente accorso vent'anni fa, si ritrova una gamba più corta dell'altra e cammina solo appoggiandosi pesantemente ad un grosso bastone biblico e accompagnando ogni passo da violenti colpi di tosse. Dopo aver inutilmente obiettato sulla bontà di tale disposizione mi metto mestamente al mio posto, certo dell’indulgenza derivante da tale martirio.

Arruolati cinque pastori abruzzesi per mantenere i bimbi in fila, siamo finalmente pronti a partire.

Sant'Antonio, la Vergine, il Cristo e San Satiro prontamente si alzano in tutta la loro beata magnificenza, pronti a farsi scarrozzare per le viuzze del paese.

San Rocco subito si rivela un osso duro da trattare.

Al primo tentativo i La Torre si alzano con uno scatto degno di due centometristi e ribaltano la statua su me e Pino, prontamente sorretti e soccorsi dalle signore della Caritas.

Al secondo tentativo Pino, notoriamente miope, si mette di spalle alla strada e comincia a camminare nel verso opposto. Il risultato è che San Rocco inizia a piroettare come un provetto ballerino di valzer. Dopo l'intervento di due chierichetti, un vigile urbano e un geometra riusciamo a posizionarci tutti nel verso giusto e partiamo al trotto per raggiungere il resto della sfilata, che intanto ci osserva da parecchio più avanti con aria scocciata.

San Rocco si riprende dal giramento di testa e la sua espressione è ora di malcelata preoccupazione.

Durante il tragitto le vecchiette del paese intonano i canti sacri. In ogni paese c'è sempre una signora, quella con la voce più stridula e fastidiosa, che comincia a cantare per prima e, come un navigato direttore d'orchestra, suggerisce alle altre la tonalità e i tempi del canto. Da noi ce ne sono due. Ognuna con la sua schiera di fedelissime seguaci e meno assidue simpatizzanti, pronte a seguire questo o quel tono e questo o quel tempo. La risultante è una sinfonia meravigliosamente cacofonica. Unico vantaggio, dettato dalla violenta competizione delle due maestre che a tutti i costi devono far sentire la propria ugola prima di quella dell'avversaria, ogni strofa inizia sempre un po' prima che la precedente finisca, in un tripudio di controtempi e anticipi. Anni e anni di tale pratica hanno ridotto persino i canti più lunghi e cadenzati a un concentrato riassuntivo di due strofe a ritmo allegro-andante in sette ottavi.

Accompagnato da tanta melodica poesia e dall’incerta andatura di Pino, San Rocco barcolla per le strette strade del paesino come un vecchio marinaio ubriaco.

Ogni processione che si rispetti deve affrontare almeno una rampa di scale, una rotatoria, un punto in cui le statue non passano e bisogna abbassarle e una sosta ad una fontanella per far abbeverare i cani e i chierichetti. Quest'anno il parroco ha voluto esagerare, aggiungendo una scarpinata fino alla cima della montagnola a sud del paese, un passaggio su un traballante ponte di legno, un guado e gli ultimi 200 metri organizzati come una corsa olimpionica a ostacoli. Quando lo comunichiamo a san Rocco vediamo una goccia di sudore gelido rigargli il volto.

Poco dopo due bambini hanno cominciato a giocare ai moschettieri con le torce accese e tre dei cinque pastori abruzzesi sono già dispersi. Quando il fogliame degli alberi non potati comincia a finire in faccia a san Rocco, lui non ce la fa più a nascondere il nervosismo, e comincia a brontolare sottovoce.

A metà tragitto il bastone di Pino si incastra in un tombino, e, nello sbilanciamento conseguente, san Rocco sbatte violentemente la testa contro un platano. Furioso, si attacca ai rami dell'albero e cerchiamo per mezz'ora di farlo tornare sul basamento e riprendere il cammino. Più in là un gruppo di volontari spegne il principio di incendio in un fienile, e una donna cerca le sue figlie che pare si siano perse cercando i pastori abruzzesi. Il prete convince san Rocco a continuare promettendogli un mantello nuovo e lui, sempre più scocciato, torna al suo posto e comincia a percuotere il cane col bastone.

Al fiume il maggiore dei La Torre ricorda improvvisamente un trauma infantile e si rifiuta di mettere i piedi nell'acqua. Il parroco prova a parlargli, a convincerlo, a minacciarlo ma deve arrendersi e se ne va piangendo. Intanto una bambina si tuffa in acqua con i capelli in fiamme e la lista dei dispersi comprende anche il sagrestano, l'oste e metà della squadra di calcio del paese. Le vecchiette liquidano in due minuti l'intera ora e mezza del Gloria per pianoforte e coro. Alla fine San Rocco, in un misto di pietà e rassegnazione, cede il basamento a La Torre e scende al suo posto per trasportarlo.

Passato il guado il fratello maggiore presenta i chiari segni della lotta con il cane, poco abituato a stare lontano dal Santo. San Rocco, bagnato fino alla vita e furioso, risale imprecando in una strana lingua morta e inizia a strappare e a mangiare le pagine del breviario ormai illeggibili per l'acqua. Cerco di calmarlo dicendo che siamo quasi arrivati, ma credo di averlo sentito chiaramente aizzare il cane per farci attaccare, quando tutto sarà finito.

Dopo sei ore, una stalla e tre campi di grano bruciati, trentasette dispersi, quindici feriti e centoventidue punti di sutura complessivi, torniamo sfiniti alla chiesa per completare la funzione. Delle due direttrici di orchestra una ha perso completamente la voce e, di conseguenza, ogni sua seguace. I bambini hanno tutti bruciature in svariate parti del corpo. L'unico pastore abruzzese rimasto arranca verso la porta della chiesa, la raggiunge e si lascia morire. Il prete continua ad asciugarsi il viso con i paramenti, mentre sbatte convulsamente l’occhio destro. Pino ha perso del tutto la sua gamba più corta, che durante il tragitto è stata amputata e soppiantata da una di legno presa in prestito da uno spaventapasseri.

San Rocco sembra un reduce di guerra. Sporco dalla testa ai piedi, il tabarro lacerato in più punti e rattoppato con la cinghia della borraccia, visibilmente invecchiato. Senza più imprecare se ne sta, tutto rosso in faccia, con le mani serrate intorno al collo del cane.

Lasciati i santi fuori la chiesa la martoriata e dimezzata comunità rientra a prendere la benedizione del parroco.

Quando torniamo fuori San Rocco è sparito. Troviamo il cane accucciato con l'espressione del cucciolo appena abbandonato e un biglietto infilato nel collare. E' di San Rocco. Dice che è partito per una vacanza e che prima o poi si farà sentire lui. Speriamo prima della prossima processione.





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Accompagnare con:
Controguerrra bianco frizzante D.O.C.







1 commento:

  1. bel racconto, ancora sto a ride!
    p.s."...a farsi il segno della croce quando incontrano per strada il malcapitato..." ne so qualcosa! XD

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